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VISITA AL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO MAGGIORE
IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA MADONNA DELLA FIDUCIA

“LECTIO DIVINA” DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Cappella del Seminario
Mercoledì
, 15 febbraio 2012

[Video]

 

Eminenza,
cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari Seminaristi,
cari fratelli e sorelle,

è per me sempre una grande gioia vedere, nel giorno della Madonna della Fiducia, i miei seminaristi, i seminaristi di Roma, in cammino verso il sacerdozio, e vedere così la Chiesa di domani, la Chiesa che vive sempre.

Oggi abbiamo sentito un testo – lo sentiamo e lo meditiamo – della Lettera ai Romani: Paolo parla ai Romani e quindi parla a noi, perché parla ai Romani di tutti i tempi. Questa Lettera non solo è la più grande di san Paolo, ma è anche straordinaria per il peso dottrinale e spirituale. E’ straordinaria anche perché è una lettera scritta a una comunità che non aveva fondato e neppure aveva visitato. Egli scrive per annunciare la sua visita ed esprimere il desiderio di visitare Roma, e preannuncia i contenuti essenziali del suo Kerygma; così prepara la Città alla sua visita. Scrive a questa comunità che non conosce personalmente, perché è l’Apostolo dei Pagani – del passaggio del Vangelo dagli Ebrei ai Pagani – e Roma è la capitale dei Pagani e quindi il centro, alla fine, anche del suo messaggio. Qui deve giungere il suo Vangelo, perché sia realmente arrivato nel mondo pagano. Giungerà, ma in modo diverso da come lo aveva pensato. Paolo arriverà incatenato per Cristo e proprio in catene si sentirà libero di annunciare il Vangelo.

Nel primo capitolo della Lettera ai Romani, egli dice anche: della vostra fede, della fede della Chiesa di Roma si parla in tutto il mondo (cfr 1,8). La cosa memorabile della fede di questa Chiesa è che se ne parla nel mondo intero, e possiamo riflettere come stia oggi. Anche oggi si parla molto della Chiesa di Roma, di tante cose, ma speriamo che si parli anche della nostra fede, della fede esemplare di questa Chiesa, e preghiamo il Signore perché possiamo far sì che si parli non di tante cose, ma della fede della Chiesa di Roma.

Il testo letto (Rm 12, 1-2) è l’inizio della quarta ed ultima parte della Lettera ai Romani e comincia con le parole “Vi esorto” (v. 1). Normalmente si dice che si tratti della parte morale che segue alla parte dogmatica, ma nel pensiero di san Paolo, e anche nel suo linguaggio, non si possono dividere così le cose: questa parola “esorto”, in greco parakalo, porta in sé la parola paraklesis –parakletos, ha una profondità che va molto oltre la moralità; è una parola che certamente implica ammonizione, ma anche consolazione, cura per l’altro, tenerezza paterna, anzi materna; questa parola “misericordia” – in greco oiktirmon e in ebraico rachamim, grembo materno – esprime la misericordia, la bontà, la tenerezza di una madre. E se Paolo esorta, tutto questo è implicito: parla col cuore, parla con la tenerezza dell’amore di un padre e parla non solo lui. Paolo dice “per la misericordia di Dio” (v. 1): si fa strumento del parlare di Dio, si fa strumento del parlare di Cristo; Cristo parla a noi con questa tenerezza, con questo amore paterno, con questa cura per noi. E così anche non fa appello soltanto alla nostra moralità e alla nostra volontà, ma anche alla Grazia che è in noi, che lasciamo operare la Grazia. E’ quasi un atto nel quale la Grazia data nel Battesimo diventa operante in noi, dovrebbe essere operante in noi; così la Grazia, il dono di Dio, e il nostro cooperare vanno insieme.

A che cosa esorta, in questo senso, Paolo? “Offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (v. 1). “Offrire i vostri corpi”: parla della liturgia, parla di Dio, della priorità di Dio, ma non parla di liturgia come cerimonia, parla di liturgia come vita. Noi stessi, il nostro corpo; noi nel nostro corpo e come corpo dobbiamo essere liturgia. Questa è la novità del Nuovo Testamento, e lo vedremo ancora dopo: Cristo offre se stesso e sostituisce così tutti gli altri sacrifici. E vuole “tirare” noi stessi nella comunione del suo Corpo: il nostro corpo insieme con il suo diventa gloria di Dio, diventa liturgia. Così questa parola “offrire” – in greco parastesai – non è solo un’allegoria; allegoricamente anche la nostra vita sarebbe una liturgia, ma, al contrario, la vera liturgia è quella del nostro corpo, del nostro essere nel Corpo di Cristo, come Cristo stesso ha fatto la liturgia del mondo, la liturgia cosmica, che tende ad attirare a sé tutti.

“Nel vostro corpo, offrire il corpo”: questa parola indica l’uomo nella sua totalità, indivisibile – alla fine – tra anima e corpo, spirito e corpo; nel corpo siamo noi stessi e il corpo animato dall’anima, il corpo stesso, deve essere la realizzazione della nostra adorazione. E pensiamo – forse direi che ognuno di noi poi rifletta su questa parola – che il nostro vivere quotidiano nel nostro corpo, nelle piccole cose, dovrebbe essere ispirato, profuso, immerso nella realtà divina, dovrebbe divenire azione insieme con Dio. Questo non vuol dire che dobbiamo sempre pensare a Dio, ma che dobbiamo essere realmente penetrati dalla realtà di Dio, così che tutta la nostra vita – e non solo alcuni pensieri – siano liturgia, siano adorazione. Paolo poi dice: “Offrire i vostri corpi come sacrifico vivente” (v. 1): la parola greca è logike latreia e appare poi nel Canone Romano, nella Prima Preghiera Eucaristica, “rationabile obsequium”. E’ una definizione nuova del culto, ma preparata sia nell’Antico Testamento, sia nella filosofia greca: sono due fiumi – per così dire – che guidano verso questo punto e si uniscono nella nuova liturgia dei cristiani e di Cristo. Antico Testamento: dall’inizio hanno capito che Dio non ha bisogno di tori, di arieti, di queste cose. Nel Salmo 50 [49], Dio dice: Pensate che io mangi dei tori, che io beva sangue di arieti? Io non ho bisogno di queste cose, non mi piacciono. Io non bevo e non mangio queste cose. Non sono sacrificio per me. Sacrificio è la lode di Dio, se voi venite a me è lode di Dio (cfr vv. 13-15.23). Così la strada dell’Antico Testamento va verso un punto in cui queste cose esteriori, simboli, sostituzioni, scompaiono e l’uomo stesso diventa lode di Dio.

Lo stesso avviene nel mondo della filosofia greca. Anche qui si capisce sempre più che non si può glorificare Dio con queste cose – con animali od offerte –, ma che solo il “logos” dell’uomo, la sua ragione divenuta gloria di Dio, è realmente adorazione, e l’idea è che l’uomo dovrebbe uscire da se stesso e unirsi con il “Logos”, con la grande Ragione del mondo e così essere veramente adorazione. Ma qui manca qualcosa: l’uomo, secondo questa filosofia, dovrebbe lasciare – per così dire – il corpo, spiritualizzarsi; solo lo spirito sarebbe adorazione. Il Cristianesimo, invece, non è semplicemente spiritualizzazione o moralizzazione: è incarnazione, cioè Cristo è il “Logos”, è la Parola incarnata, e Lui ci raccoglie tutti, cosicché in Lui e con Lui, nel suo Corpo, come membri di questo Corpo diventiamo realmente glorificazione di Dio. Teniamo presente questo: da una parte certamente uscire da queste cose materiali per un concetto più spirituale dell’adorazione di Dio, ma arrivare all’incarnazione dello spirito, arrivare al punto in cui il nostro corpo sia riassunto nel Corpo di Cristo e la nostra lode di Dio non sia pura parola, pura attività, ma sia realtà di tutta la nostra vita. Penso che dobbiamo riflettere su questo e pregare Dio, perché ci aiuti affinché lo spirito diventi carne anche in noi, e la carne diventi piena dello Spirito di Dio.

La stessa realtà la troviamo anche nel capitolo quarto del Vangelo di San Giovanni, dove il Signore dice alla samaritana: Non si adorerà in futuro su quel colle o sul quell’altro, con questi o altri riti; si adorerà in spirito e in verità (cfr Gv 4,21-23). Certamente è spiritualizzazione, uscire da questi riti carnali, ma questo spirito, questa verità non è un qualunque spirito astratto: lo spirito è lo Spirito Santo, e la verità è Cristo. Adorare in spirito e verità vuol dire realmente entrare attraverso lo Spirito Santo nel Corpo di Cristo, nella verità dell’essere. E così noi diventiamo verità e diventiamo glorificazione di Dio. Divenire verità in Cristo esige il nostro coinvolgimento totale.

E poi continuiamo: “Santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Secondo versetto: dopo questa definizione fondamentale della nostra vita come liturgia di Dio, incarnazione della Parola in noi, ogni giorno, con Cristo – la Parola incarnata -, san Paolo continua: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare” (v. 2). “Non conformatevi a questo mondo”. C’è un non conformismo del cristiano, che non si fa conformare. Questo non vuol dire che noi vogliamo fuggire dal mondo, che a noi non interessa il mondo; al contrario vogliamo trasformare noi stessi e lasciarci trasformare, trasformando così il mondo. E dobbiamo tenere presente che nel Nuovo Testamento, soprattutto nel Vangelo di San Giovanni, la parola “mondo” ha due significati e indica quindi il problema e la realtà della quale si tratta. Da una parte il “mondo” creato da Dio, amato da Dio, fino al punto di dare se stesso e il suo Figlio per questo mondo; il mondo è creatura di Dio, Dio lo ama e vuol dare se stesso affinché esso sia realmente creazione e risposta al suo amore. Ma c’è anche l’altro concetto del “mondo”,kosmos houtos: il mondo che sta nel male, che sta nel potere del male, che riflette il peccato originale. Vediamo questo potere del male oggi, per esempio, in due grandi poteri, che di per sé stessi sono utili e buoni, ma che sono facilmente abusabili: il potere della finanza e il potere deimedia. Ambedue necessari, perché possono essere utili, ma talmente abusabili che spesso diventano il contrario delle loro vere intenzioni. (mais…)

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VISITA AO PONTIFÍCIO SEMINÁRIO MAIOR ROMANO
NO DIA DE NOSSA SENHORA DA CONFIANÇA

LECTIO DIVINA
DO PAPA BENTO XVI

Capela do Seminário
Sexta-feira, 4 de Março de 2011

Queridos irmãos e irmãs!

Sinto-me muito feliz por estar aqui, pelo menos uma vez por ano, com os meus seminaristas, com os jovens que estão a caminho rumo ao sacerdócio e serão o futuro presbitério de Roma. Sinto-me feliz por que isto acontece no dia de Nossa Senhora da Confiança, da Mãe que nos acompanha com o seu amor dia após dia e nos dá a confiança de prosseguir rumo a Cristo.

«Na unidade do Espírito» é o tema que guia as vossas reflexões durante este ano formativo. É uma expressão que se encontra precisamente no trecho da Carta aos Efésios, que nos foi proposto, onde são Paulo exorta os membros daquela comunidade a «manter a unidade do espírito» (4, 3). Este texto abre a segunda parte da Carta aos Efésios, a chamada parte parenética, exortativa, e começa com a palavra «parakalo», «exorto-vos». Mas é a mesma palavra que está presente também no termo «Paraklitos», portanto é uma exortação na luz, na força do Espírito Santo. A exortação do Apóstolo baseia-se no mistério de salvação, que ele tinha apresentado nos primeiros três capítulos. Com efeito, o nosso trecho inicia com a palavra «portanto»: «portanto… exorto-vos…» (v. 1). O comportamento dos cristãos é a consequência do dom, a realização do que nos é concedido todos os dias. E, contudo, se é simplesmente realização da doação que nos foi oferecida, não se trata de um efeito automático, porque com Deus estamos sempre na realidade da liberdade e por isso — porque é resposta, também a realização da doação é liberdade — o Apóstolo deve recordá-lo, não pode dá-lo por certo. O Baptismo, sabemo-lo, não produz automaticamente uma vida coerente: ela é fruto da vontade e do compromisso perseverante de colaboração com o dom, com a Graça recebida. E este compromisso é empenhativo, há um preço a pagar pessoalmente. Talvez por isto são Paulo faz referência precisamente neste ponto à sua condição actual: «Recomendo-vos, pois, eu mesmo, prisioneiro no Senhor…» (Ibid.). Seguir Cristo significa partilhar a sua Paixão, a sua Cruz, segui-lo até ao fim, e esta participação no destino do Mestre une profundamente a Ele e fortalece a influência da exortação do Apóstolo.

Entramos agora no fulcro da nossa meditação, encontrando uma palavra que chama de modo particular a nossa atenção: a palavra «chamada», «vocação». São Paulo escreve: comportai-vos «de uma maneira digna do chamamento, da klesis que recebestes» (cf. ibid.). E repete isto logo a seguir, afirmando que «… existe uma só esperança no chamamento que recebestes, a vossa vocação» (v. 4). Neste caso, trata-se da vocação comum a todos os cristãos, ou seja, da vocação baptismal: o chamamento a pertencer a Cristo e a viver n’Ele, no seu corpo. Dentro desta palavra está inscrita uma experiência, ressoa o eco da experiência dos primeiros discípulos, a que conhecemos pelos Evangelhos: quando Jesus passou às margens do lago da Galileia, e chamou Simão e André, depois Tiago e João (cf. Mc 1, 16-20). E ainda antes, no rio Jordão, depois do baptismo, quando, apercebendo-se de que André e o outro discípulo o seguiam, lhes disse: «Vinde ver» (Jo 1, 39). A vida cristã começa com um chamamento e permanece sempre uma resposta, até ao fim. E isto quer na dimensão do crer, quer do agir: tanto a fé quanto o comportamento do cristão são correspondência à graça da vocação.

Falei do chamamento dos primeiros apóstolos, mas pensamos com a palavra «chamamento» sobretudo na Mãe de todas as chamadas, em Maria Santíssima, a eleita, a Chamada por excelência. O ícone da Anunciação a Maria representa muito mais do que aquele especial episódio evangélico, mesmo sendo fundamental: contém todo o mistério de Maria, toda a sua história, o seu ser; e ao mesmo tempo fala da Igreja, da sua essência de sempre; assim como de cada crente em Cristo, de qualquer alma cristã chamada.

Neste ponto devemos ter presente que não falamos de pessoas do passado. Deus, o Senhor, chamou cada um de nós, cada um é chamado pelo seu nome. Deus é tão grande que tem tempo para todos nós, conhece-me, conhece cada um de nós pelo nome, pessoalmente. É um chamamento pessoal para cada um de nós. Penso que devemos meditar várias vezes este mistério: Deus, o Senhor, chamou-me, chama-me, conhece-me, espera a minha resposta como esperava a resposta de Maria, aguardava a resposta dos Apóstolos. Deus chama-me: este facto deveria tornar-nos atentos à voz de Deus, atentos à sua Palavra, à chamada que me faz, para responder, para realizar esta parte da história da salvação à qual me chamou.

Depois são Paulo, neste texto, indica-nos alguns elementos concretos desta resposta com quatro palavras: «humildade», «mansidão», magnanimidade», «suportando-vos uns aos outros no amor». Talvez possamos meditar brevemente estas palavras com as quais se expressa o caminho cristão. No final, voltaremos a falar mais uma vez sobre isto.

«Humildade»: a palavra grega é «tapeinophrosyne», a mesma palavra que são Paulo usa na Carta aos Filipenses quando fala do Senhor, que era Deus e se humilhou, se fez «tapeinos», e desceu fazendo-se criatura, fazendo-se homem, até à obediência da Cruz (cf. 2, 7-8). Portanto, humildade não é uma palavra qualquer, uma simples modéstia, uma coisa qualquer… mas é palavra cristológica. Imitar Deus que vem até mim, que é tão grande que se faz meu amigo, sofre por mim, morreu por mim. Esta é a humildade que se deve aprender, a humildade de Deus. Significa dizer que devemos ver-nos sempre à luz de Deus; assim, ao mesmo tempo, podemos conhecer a grandeza de ser uma pessoa amada por Deus, mas também a nossa pequenez, a nossa pobreza, e deste modo comportar-nos de modo justo, não como donos, mas como servos. Como diz são Paulo: «Não porque pretendamos dominar a vossa fé: queremos apenas contribuir para a vossa alegria» (2 Cor 1, 24). Ser sacerdote, ainda mais do que ser cristão, requer esta humildade.

«Mansidão»: no texto grego é esta a palavra «praütes», a mesma que aparece nas bem-aventuranças: «Bem-aventurados os mansos, porque possuirão a terra» (Mt 5, 5). E no Livro dos Números, o quarto livro de Moisés, encontramos a afirmação de que Moisés era o homem mais manso do mundo (cf. 12, 3) e, neste sentido, era uma prefiguração de Cristo, de Jesus, que diz de si: «Eu sou manso e humilde de coração» (Mt 11, 29). Portanto, também esta palavra, «manso», «humilde», é uma palavra cristológica e exige de novo este imitar Cristo. Porque no Baptismo somos conformados com Cristo, portanto devemos conformar-nos com Cristo, encontrar este espírito do ser mansos, sem violência, de convencer com o amor e com a bondade.

«Magnanimidade», «makrothymia» significa generosidade do coração, não ser minimalistas que dão só o que é estreitamente necessário: demo-nos a nós mesmos com tudo o que pudermos, e cresçamos também nós na magnanimidade.

«Suportando-vos no amor»: é uma tarefa de todos os dias suportar-se uns aos outros na própria alteridade, e precisamente suportando-se com humildade, aprender o amor verdadeiro.

E demos agora um passo em frente. Depois desta palavra do chamamento, segue a dimensão eclesial. Falemos agora da vocação como de uma chamada muito pessoal: Deus chama-me, conhece-me, espera a minha resposta pessoal. Mas, ao mesmo tempo, a chamada de Deus é um apelo em comunidade, é uma chamada eclesial, Deus chama-nos numa comunidade. É verdade que neste trecho sobre o qual estamos a reflectir não se encontra a palavra «ekklesia», a palavra «Igreja», mas sobressai muito mais a realidade. São Paulo fala de um Espírito e de um corpo. O Espírito cria-se o corpo e une-nos como um único corpo. E depois fala da unidade, da cadeia do ser, do vínculo da paz. E com esta palavra faz menção da palavra «prisioneiro» do início: é sempre a mesma palavra, «eu estou em cadeias», «cadeias amarrar-te-ão», mas por detrás está a grande cadeia invisível, libertadora do amor. Nós estamos neste vínculo da paz que é a Igreja, é o grande laço que nos une com Cristo. Talvez devamos meditar também pessoalmente sobre este aspecto: somos chamados pessoalmente, mas num corpo. E isto não é algo abstracto, mas muito real.

Neste momento, o Seminário é o corpo no qual se realiza concretamente o ser num caminho comum. Depois, será a paróquia: aceitar, suportar, animar toda a paróquia, as pessoas, as simpáticas e as que não são, inserir-se neste corpo. Corpo: a Igreja é corpo, portanto tem estruturas, tem também realmente um direito e algumas vezes não é tão simples inserir-se. Sem dúvida, desejamos a realização pessoal com Deus, mas muitas vezes o corpo não nos agrada. Mas precisamente deste modo estamos em comunhão com Cristo: aceitando esta corporeidade da sua Igreja, do Espírito, que se encarna no corpo.

Por outro lado, com frequência talvez sintamos o problema, a dificuldade desta comunidade, começando pela comunidade concreta do Seminário até à grande comunidade da Igreja, com as suas instituições. Devemos ter também presente que é muito bom estar em companhia, caminhar numa grande companhia de todos os séculos, ter amigos no Céu e na terra, e sentir a beleza deste corpo, estar felizes porque o Senhor nos chamou num corpo e nos deu amigos em todas as partes do mundo.

Disse que a palavra «ekklesia» não se encontra aqui, mas sim a palavra «corpo», a palavra «espírito», a palavra «vínculo» e sete vezes, neste pequeno trecho, volta a palavra «um». Assim sentimos como o Apóstolo se preocupa com a unidade da Igreja. E termina com uma «escala de unidade», até à Unidade: Deus é um só , o Deus de todos. Deus é Uno e a unicidade de Deus expressa-se na nossa comunhão, porque Deus é Pai, Criador de todos nós e por isso todos somos irmãos, todos somos um corpo e a unidade de Deus é a condição, é também a criação da fraternidade humana, da paz. Por conseguinte, meditemos também sobre este mistério da unidade e sobre a importância de procurar sempre a unidade na comunhão do único Cristo, do único Deus.

Agora podemos dar um ulterior passo em frente. Se perguntarmos qual é o sentido da palavra «chamada», vemos que ela é uma das portas que se abrem ao mistério trinitário. Até agora falámos do mistério da Igreja, do único Deus, mas sobressai também o mistério trinitário. Jesus é o mediador da chamada do Pai que se realiza no Espírito Santo.

A vocação cristã não pode deixar de ter uma forma trinitária, quer a nível de cada pessoa, quer a nível de comunidade eclesial. O mistério da Igreja está totalmente animado pelo dinamismo do Espírito Santo, que é um dinamismo vocacional em sentido amplo e perene, a partir de Abraão, o primeiro que ouviu a chamada de Deus e respondeu com a fé e a acção (cf. Gn 12, 1-3); até ao «eis-me» de Maria, reflexo perfeito da imagem do Filho de Deus, no momento em que recebe do Pai a chamada para vir ao mundo (cf. Hb 10, 5-7). Assim, no «coração» da Igreja — como diria santa Teresa do Menino Jesus — a chamada de cada cristão é um mistério trinitário: o mistério do encontro com Jesus, com a Palavra que se fez carne, mediante a qual Deus Pai nos chama à comunhão consigo e por isso nos deseja doar o seu Espírito Santo, e é precisamente graças ao Espírito que podemos responder a Jesus e ao Pai de modo autêntico, no âmbito de uma relação real, filial. Sem o sopro do Espírito Santo a vocação cristã simplesmente não se explica, perde a sua seiva vital.

E finalmente a última frase. A forma da unidade segundo o Espírito exige, como disse, a imitação de Jesus, a conformação com Ele na solidez dos seus comportamentos. O Apóstolo escreve, como meditámos: «com toda a humildade e mansidão, com paciência, suportando-vos uns aos outros com caridade», e depois acrescenta que a unidade do espírito deve ser conservada «mediante o vínculo da paz» (Ef 4, 2-3).

A unidade da Igreja não é dada por um «modelo» imposto do exterior, mas é o fruto de uma concórdia, de um compromisso comum a comportar-se como Jesus, em virtude do seu Espírito. Há um comentário de são João Crisóstomo a este trecho, que é muito bonito. Crisóstomo comenta a imagem do «laço», o «vínculo da paz», e diz: «É bonito este vínculo, com o qual nos ligamos quer uns com os outros quer com Deus. Não há uma cadeia que fere. Não causa cãibras nas mãos, deixa-as livres, dá-lhes amplo espaço e uma coragem maior» (Homilias sobre a Epístola aos Efésios 9, 4. 1-3). Encontramos aqui o paradoxo evangélico: o amor cristão é um vínculo, como dissemos, mas um vínculo que liberta! A imagem do laço como vos disse, reconduz-nos à situação de são Paulo, que é «prisioneiro», está num «vínculo». O Apóstolo foi preso por causa do Senhor, como o próprio Jesus, fez-se escravo para nos libertar. Para conservar a unidade do espírito é necessário imprimir ao próprio comportamento aquela humildade, mansidão e magnanimidade que Jesus testemunhou na sua paixão; é preciso ter as mãos e o coração ligados por aquele vínculo de amor que ele mesmo aceitou por nós, fazendo-se nosso servo. Este é o «vínculo da paz». E diz ainda são João Crisóstomo, no mesmo comentário: «Ligai-vos aos vossos irmãos, aqueles assim unidos no amor suportam tudo com facilidade… Assim ele quer que estejamos ligados uns aos outros, não só para estar em paz, não só para ser amigos, mas para todos serem um, uma só alma» (Ibid.).

O texto paulino, do qual meditámos alguns elementos, é muito rico. Pude apresentar-vos só algumas sugestões, que confio à vossa meditação. E rezemos à Virgem Maria, Nossa Senhora da Confiança, para que nos ajude a caminhar com alegria na unidade do Espírito. Obrigado!

 

© Copyright 2011 – Libreria Editrice Vaticana

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«La formazione dei preti rovinata dai compromessi»

di Andrea Camaiora

«In seminario l’ultimo testo che ho consigliato è stato “Il sigillo”, scritto dal cardinal Mauro Piacenza. L’ho trovato illuminante per chi intenda divenire sacerdote soprattutto perché totalmente in linea con il magistero del Santo Padre. Nel libro sono ribaditi i punti essenziali del sacerdozio, dall’identità sacerdotale alla formazione liturgica. Devo dire che i seminaristi sono corsi ad acquistarlo e l’hanno praticamente divorato». Don Franco Pagano, classe 1976, dal settembre 2010 è prorettore del seminario vescovile di Sarzana (La Spezia). È un giovane brillante e aperto con alle spalle quattordici anni intensi, iniziati nel 1996 quando entrò proprio nel seminario della diocesi di La Spezia-Sarzana-Brugnato per consacrarsi a Cristo. È sacerdote dal 28 settembre 2002 e da allora matura esperienze importanti: dopo gli studi teologici la specializzazione in Diritto Canonico alla Pontificia università Santa Croce, il servizio presso il tribunale di Genova, il ministero di Parroco, la responsabilità dell’ufficio catechistico della diocesi e del tribunale diocesano, l’insegnamento della religione cattolica nello stesso liceo classico dove aveva studiato da ragazzo, infine prefetto agli studi del seminario. (mais…)

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