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Archive for the ‘Padre Uwe Michael Lang’ Category

Attenti a non svilire le parole
 di Uwe Michael Lang
La storia della traduzione biblica comincia con la versione dei Settanta, che ha reso la Scrittura ebraica accessibile alla lingua greca e al mondo ellenistico. Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza religiosa e culturale di questo progetto di traduzione, che non ha eguali nel mondo antico. Mentre la nuova fede cristiana si diffondeva anche negli angoli remoti del mondo conosciuto, la questione della traduzione diventava più urgente. In questo processo è emersa una preferenza per la traduzione letterale (verbum pro verbo), per la quale si presentavano le seguenti ragioni teologiche: la traduzione senso-per-senso presuppone che il traduttore sia in grado di comprendere il senso pieno del testo originale, e questo sarebbe in contraddizione con l’infinita ricchezza della Scrittura.
San Girolamo, avendo ricevuto il mandato da Papa Damaso di produrre una nuova versione latina della Bibbia, poi conosciuta come Vulgata, esprimeva pure questa idea, quando scrisse che nella Sacra Scrittura «anche la sequenza delle parole è un mistero» (Lettera, 57, 5).
Tuttavia la traduzione letterale, nel passaggio dalla lingua di partenza alla lingua d’arrivo, spesso non riesce a comunicare il messaggio del testo, soprattutto quando si tratta dei testi antichi, come quelli biblici o liturgici, nelle lingue contemporanee.
Senz’altro ogni traduzione cerca di trasmettere il contenuto spirituale e dottrinale in un modo che renda giustizia delle regole e delle convenzioni del linguaggio d’arrivo.
Alcune ermeneutiche di traduzione vanno ben oltre, nel senso che non mirano più a una traduzione che riproduca per quanto possibile la struttura formale dell’originale. Lo scopo è piuttosto quello di identificare il messaggio contenuto nel testo originario e di astrarlo dalla sua forma linguistica. Nel tradurre occorre creare una nuova forma che possieda qualità equivalenti in grado di esprimere più adeguatamente il contenuto originale. Per mezzo di questa nuova forma, la traduzione si propone di avere nella lingua d’arrivo lo stesso effetto informativo ed emotivo che il testo avrebbe nella sua lingua d’origine.
Senz’altro si pongono delle questioni metodologiche, soprattutto come determinare il significato di un testo astraendolo dalla sua forma.
Nel 1966 una traduzione inglese del Nuovo Testamento è stata pubblicata con il titolo Good News for Modern Man. Avendo completato la versione dell’Antico Testamento nel 1976, si pubblicò la Good News Bible (Gnb) con i libri deuterocanonici nel 1979. I problemi di questa versione risaltano al confronto con la Revised Standard Version (Rsv), che si inserisce nella grande tradizione delle Bibbie in lingua inglese, in forma aggiornata e al corrente delle scienze storiche.
Per dare qualche esempio (traducendo dall’inglese): dove la Rsv parla di essere riscattato «con il sangue prezioso di Cristo», la Gnb legge «il prezioso sacrificio di Cristo» (1 Pietro, 1, 19). Si tratta di una parafrasi, anziché di una traduzione, che scarta l’immediatezza dell’espressione biblica e le sue risonanze nella tradizione della Scrittura. La parola di Cristo che «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Rsv) è reso nella Gnb come «Dio è Spirito, e solo nella potenza del suo Spirito si può adorarlo come realmente è» (Giovanni, 4, 24). In questo passo centrale, il senso della frase è trasformato dal precetto di adorare Dio “in spirito e verità” ad una dichiarazione generica di essere in grado di adorare Dio “come è”. Si perdono pure le sfumature trinitarie e cristologiche del detto (cfr. Giovanni, 6, 63 e 14, 6). La scelta metodologica di astrarre il messaggio essenziale per comunicarlo nella lingua moderna non riguarda quindi solo questioni di stile e di espressione letteraria, ma solleva anche problemi di carattere dottrinale.
Uno dei casi più noti è il racconto lucano dell’Annunciazione, dove la Gnb rende il greco parthènos (Luca, 1, 29), come “giovane donna” invece di “vergine” e offusca così un’affermazione essenziale del Vangelo.
Tuttavia, tali teorie hanno influenzato la traduzione dei nuovi libri liturgici nelle lingue volgari, e sono state applicate nel modo più coerente nella versione inglese del Missale Romanum di Paolo VI, pubblicata nel 1974. (mais…)
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(Foto de JP Sonnen)

 

Conferência do Padre oratoriano Uwe Michael Lang no congresso “Liturgy Convention of the Archdiocese of Colombo” (Sri Lanka) em Setembro de 2010.

Nel 2008, lo “Institut Papst Benedict XVI” a Regensburg in Germania, ha iniziato a pubblicare la raccolta degli scritti di Joseph Ratzinger. Secondo l’espresso desiderio dell’attuale Santo Padre, l’undicesimo volume della progettata serie, “Teologia della Liturgia”, è apparso per primo (1). Nel luglio 2010, è stata pubblicata la traduzione italiana di questo volume (2) e la versione inglese è preparata dalla Ignatius Press di San Francisco.

Nella prefazione, datata 29 giugno 2008, nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, Benedetto XVI spiega le ragioni per questa scelta, che era ovvia, poiché la Sacra Liturgia è stata sempre centrale nella sua vita fin dall’infanzia ed è il cuore della sua opera teologica. C’è un’altra ragione perché la serie inizi con il volume sulla liturgia: il progetto editoriale riflette l’ordine di priorità del Concilio Vaticano II.

Il Santo Padre attira l’attenzione sul fatto che il primo documento conciliare è stata la Costituzione sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium: “Ciò che a prima vista può sembrare una coincidenza, si rivela essere, guardando alla gerarchia dei temi e dei compiti della Chiesa, anche intrinsecamente giusto. Iniziando con il tema della ‘liturgia’, si mette inequivocabilmente in luce il primato di Dio, la priorità del tema ‘Dio’. Prima di tutto Dio: questo significa iniziare con la liturgia. Quando il centro non è Dio, tutto il resto perde il suo orientamento. Il motto della regola benedettina ‘Non anteporre nulla all’Opera di Dio’ (43,3) si applica specificamente al monachesimo, ma come ordine di priorità è vero anche per la vita della Chiesa e di tutti, ciascuno nel proprio modo”. (3)

Papa Benedetto richiama poi un tema che egli ha esplorato nei suoi diversi scritti sulla liturgia, ed è la pienezza di significato della “ortodossia”: può essere utile ricordare che nel termine “ortodossia”, la seconda parte della parola “doxa”, non significa “opinione”, ma “gloria” (Herrlichkeit): non si tratta di avere una “opinione” corretta su Dio, ma il modo appropriato di glorificarlo, di rispondergli. Perché questa è la domanda fondamentale dell’uomo che comincia a comprendere se stesso correttamente: come posso incontrare Dio? Perciò, apprendere il modo giusto di adorazione – di ortodossia – è quanto ci è concesso soprattutto grazie alla fede. (4)

Esiste un’antica massima del quinto secolo che è spesso riproposta nella forma “Lex orandi, lex credendi”; cioè letteralmente, la legge dell’orazione è la legge della fede (5). Vuol dire che il culto pubblico della Chiesa è espressione e testimonianza della sua infallibile fede, e ci deve aiutare a capire profondamente, al di là delle stesse parole, che ogni nostra aspirazione di bontà, di verità, di bellezza e di amore è fondata nella trascendente realtà di Dio (6).

Nelle sue omelie e discorsi, e in special modo nelle celebrazioni liturgiche, Papa Benedetto XVI ha coerentemente seguito l’ordine delle priorità del Concilio e ha trasmesso a un pubblico mondiale il suo profondo assillo teologico espresso nei suoi molti scritti sull’argomento, che la sacra liturgia deve essere un riflesso della gloria di Dio. Ciò vale soprattutto per la celebrazione della Santa Messa nella quale si rinnova ogni volta in forma sacramentale il Mistero pasquale della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Celebrando l’Eucaristia, siamo immersi in comunione con il Signore che ci benedice col dono del suo amore – il dono di sé sotto le apparenze del pane e del vino.

La liturgia, insomma, conta. Conta non solo perché, anche da una prospettiva puramente empirica, la grande maggioranza dei cattolici praticanti incontra la Chiesa alla Messa domenicale, ma a un livello più profondo, il culto di Dio è “la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana”, come afferma la Costituzione sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium. Nella liturgia, in particolare nel santo sacrificio dell’Eucaristia, “si compie l’opera della nostra redenzione”, come dichiara un’antica preghiera del Rito Romano della Messa. Inoltre, la liturgia manifesta al mondo “il Mistero di Cristo e la vera natura della Chiesa”.

La Bellezza di Cristo e la Bellezza della Liturgia (mais…)

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La lingua della celebrazione liturgica
Rubrica di teologia liturgica a cura di don Mauro Gagliardi
di Uwe Michael Lang, C.O.*

ROMA, mercoledì, 9 febbraio 2011 (ZENIT.org).- La lingua non è soltanto uno strumento che serve per comunicare fatti, e deve farlo nel modo più semplice ed efficiente, ma è anche il mezzo per esprimere la nostra mens in un modo che coinvolga tutta la persona. Di conseguenza, la lingua è anche il mezzo in cui si esprimono i pensieri e le esperienze religiosi.

La lingua adoperata nel culto divino, ovvero la “lingua sacra” non si spinge fino alla glossolalia (cf 1Cor 14) o al mistico silenzio, escludendo completamente la comunicazione umana, o almeno tentando di farlo. Tuttavia, si riduce l’elemento della comprensibilità a favore di altri elementi, in particolare quello espressivo. Christine Mohrmann, la grande storica del latino dei cristiani, afferma che la lingua sacra è un modo specifico di “organizzare” l’esperienza religiosa. Infatti, la Mohrmann sostiene che ogni forma di credere nella realtà soprannaturale, nell’esistenza di un essere trascendente, conduce necessariamente all’adozione di una forma di lingua sacra nel culto, mentre un laicismo radicale porta a respingere ogni forma di essa. In tal senso, il Cardinale Albert Malcolm Ranjith ha ricordato in un’intervista: «L’uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell’Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell’Islam si impiega l’arabo del Corano. L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là» (La Repubblica, 31 luglio 2008, p. 42). (mais…)

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